Rossana Pasquino
Professoressa ordinaria di Principi di Ingegneria Chimica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, vanta importanti esperienze internazionali presso la KULeuven, il FORTH di Heraklion e l’ETH di Zurigo. Schermitrice paralimpica di livello internazionale, ha vinto medaglie mondiali nella sciabola e nella spada ed è bronzo paralimpico nel fioretto a squadre a Parigi 2024. Nel periodo 2021-2024 ha rivestito inoltre il ruolo di consigliere federale degli atleti olimpici e paralimpici.
Non ho mai cercato la perfezione. Ho cercato la libertà di provare, in laboratorio come in pedana ![]()
Nel garage, tra scatoloni impolverati, c’è una borsa grande, robusta, con il logo della Paralimpiadi di Parigi. Rossana la guarda spesso, ma non l’ha mai aperta da quando è tornata. Dentro ci sono guanti, maschera, protezioni da scherma. E una parte del suo cuore rimasta sospesa a Parigi, nel 2024. «Non è rabbia, non è rimpianto. È un ricordo silenzioso che misura quanta energia ho messo in ogni allenamento, in ogni gara, in ogni viaggio». La borsa custodisce la sua determinazione e le sconfitte che solo lei conosce. Un simbolo tangibile di quanto si sia data, completamente, a ogni sfida.
Rossana nasce a Benevento. A nove anni un incidente la lascia paraplegica. È un colpo durissimo, ma Rossana impara presto a guardarsi dentro. «Non è cambiata l’equazione differenziale, sono cambiate le condizioni al contorno, ma la vita continuava e io avrei potuto fare le stesse cose che volevo fare prima».
Cresce osservando il mondo con occhi diversi, trasformando ogni limite in possibilità. Nei momenti di fatica e silenzio, sembrano riecheggiare le parole di Maya Angelou: «Possiamo incontrare molte sconfitte, ma non dobbiamo essere sconfitti». Sono parole che restano nell’aria, come una bussola.
Arriva Napoli, l’Università Federico II, l’ingegneria chimica. Napoli le regala la prima vera indipendenza: trovare casa, organizzare la vita da sola, affrontare le difficoltà pratiche legate alla mobilità. «Napoli mi ha dato indipendenza, amici, mare, scherma, un compagno. È la mia città di adozione».
Oggi Rossana insegna e fa ricerca alla Federico II. Quando ne parla, sembra solo raccontare la sua giornata.

Un laboratorio pieno di fluidi e possibilità
La ricerca entra nella sua vita come una passione travolgente. Quando torna da Creta nel 2011, con il concorso da ricercatrice vinto, capisce che può finalmente scegliere. «Potevo guidare un progetto, provare nuove cose».
Essere ricercatrice per Rossana non è solo fare esperimenti: è uno stile di vita. «Mi piace sperimentare continuamente, ovunque, anche nella docenza o nel laboratorio. Provare cose nuove, non avere paura di sbagliare». In laboratorio Rossana studia materiali morbidi e complessi, quelli che non sono mai del tutto solidi e mai del tutto liquidi. Fluidi viscosi, sospensioni, emulsioni, drug carriers, sostanze che cambiano comportamento con la temperatura o con specifici additivi.
Si occupa di reologia: capire come scorrono e si trasformano i materiali. Un campo invisibile, eppure ovunque, dai prodotti industriali ai possibili sviluppi biomedicali. «Posso svegliarmi un giorno e decidere di pensare a un nuovo materiale», racconta. «Usando quello che so di reologia, o semplicemente mettendo a punto un nuovo fluido».
Ha passato anni all’estero, scoprendo nuovi approcci e tecniche, ma il desiderio di tornare a Napoli è sempre stato forte. Tornare per costruire il gruppo di ricerca che aveva sempre sognato, tornare per insegnare, per trasmettere entusiasmo. «La docenza è il primo motivo per cui faccio la professoressa universitaria. Formare le persone, far capire che tutto ciò che ci circonda è ingegneria o soft matter, è fondamentale. Mi piace appassionare i giovani e portarli a toccare con mano la ricerca». Dopo qualche ora trascorsa con Rossana a casa sua, tra chiacchiere, appunti e qualche risata, la seguiamo in macchina verso Benevento. La città scorre fuori dal finestrino, e ogni tanto Rossana indica un vicolo, un palazzo, un dettaglio che per lei ha un significato speciale.

Il silenzio sul pontile di Bagnoli
Prima di arrivare alla sua palestra storica, ci fermiamo sul pontile di Bagnoli. Il mare riflette i colori del mattino, calmo e infinito. Rossana resta a guardarlo in silenzio. Quando la osservi negli occhi, trasmette una curiosità instancabile: quella voglia di cercare sempre qualcosa di nuovo, di scoprire un lato diverso della luna. È come se ogni gesto portasse con sé la stessa energia: quella di chi non si accontenta.
Arriviamo a Benevento, nella sua palestra storica. Il parquet è lucido, le pedane ordinate, l’odore di sudore e gomma racconta anni di allenamenti e sfide. Dopo la Paralimpiade di Parigi, Rossana non ha deciso di lasciare completamente la scherma, ma di trasformarla: ora allena giovani promesse, trasmettendo loro la stessa grinta che metteva in pedana. «La scherma è stata un’ancora in momenti in cui non sapevo cosa fare. È un modo per sperimentare, per provare, per non fermarsi mai».
Accanto a lei c’è Dino Meglio, il suo allenatore. Dino è lì da sempre: rigore, fiducia, continuità. «Il mio allenatore mi ha spinto oltre i limiti. Senza di lui non sarei arrivata dove sono».
E poi c’è Francesca Boscarelli, sua amica e compagna di pedana.

Ricerca e pedana, lo stesso gesto
Rossana osserva i giovani che allena, corregge le posture, incita con energia, sperimenta nuovi metodi. «Non smetto mai di essere ricercatrice, nemmeno in pedana.»
E quello che impara lì la aiuta anche in laboratorio: riesce a fare molte più cose in meno tempo, con più concentrazione. La scherma è diventata un ponte tra il passato e il futuro, tra la carriera agonistica e la passione per formare nuovi talenti. Nel suo spirito di nuove sfide, oggi Rossana si dedica anche alla pistola ad aria compressa dai 10 metri, una disciplina che le permette di esplorare concentrazione, precisione e pazienza. Abbiamo provato anche noi. Lei sorrideva, paziente: «Non importa se sbagli. L’importante è provare.»
Il ruolo dei suoi genitori entra in questa storia come un filo invisibile che attraversa tutta la sua vita. «Mi hanno resa libera, non solo una ricercatrice brava, ma una donna libera». Gli errori fanno parte della vita, della ricerca, dello sport. «Chi fa ricerca sbaglia. Se non sbagli non impari».
Rossana racconta di giorni pieni di laboratori e di esperimenti, di presentazioni a convegni internazionali, di reologia, fluidi e materiali. «Non faccio una ricerca fondamentale per salvare vite umane, ma mi diverto in laboratorio». Eppure, non è solo lavoro. La vita quotidiana, la città, le sfide architettoniche, l’indipendenza conquistata: tutto fa parte di questo viaggio.
Si guarda avanti con equilibrio: vorrebbe diventare professoressa ordinaria, vincere un progetto europeo interessante nel biomedicale, forse avere un figlio.
Ma oggi, più che felice, si sente serena. Con tanti punti interrogativi attorno, con una borsa nel garage che le ricorda il passato, con gli occhi sempre puntati sul prossimo esperimento, sul prossimo assalto, sulla prossima sfida.












