Cecilia Emma Sottilotta

Professoressa Associata di Scienza Politica presso l’Università per Stranieri di Perugia e Visiting Professor presso il College of Europe di Bruges. Esperta di rischio politico e relazioni internazionali, siede nel Consiglio di Amministrazione dell’Italian Institute for the Future ed è autrice di numerose pubblicazioni scientifiche sulla politica europea e latino-americana.

iconmonstr-quote-5-240 Per me essere ricercatrice è libertà. Libertà di pensiero, libertà di movimento, libertà di esprimermi iconmonstr-quote-7-240

Roma è un intreccio di pellicole che si sono susseguite nel tempo. Il Gianicolo di Paolo Sorrentino, sospeso sopra la città, nel silenzio di tramonti quasi irreali. Il Pigneto di Pier Paolo Pasolini, vivo e imperfetto, pieno di voci che si sovrappongono, di motorini, di notti che non finiscono mai. Ma questa non è una storia sulla vocazione cinematografica di Roma, né tantomeno un film sull’umanità varia della città eterna. È una storia su una studiosa, Cecilia Sottilotta. E Roma, in questa storia, non fa solo da sfondo: segue i movimenti di una vita. È il punto di partenza e di ritorno. Il Gianicolo è uno dei suoi punti cardinali. Lì ha sede The American University of Rome, dove Cecilia ha lavorato per tanti anni, insegnando in un contesto internazionale in cui si incrociano ponti tra mondi diversi. Da lassù la città appare calma, come se persino le contraddizioni potessero essere osservate da una distanza che attutisce il rumore della città. Il Pigneto invece è l’opposto: è il quartiere in cui Cecilia vive e in cui le strade non sono mai solo strade, ma possibilità di incontri, deviazioni, scoperte.

Cecilia è ferma, sicura. Eppure, impaziente. Lo dice lei stessa, senza pensarci troppo, quando le chiedono di descriversi in poche parole: «Voglio fare tutto e subito. Voglio risolvere i problemi appena si presentano… Non mi piace l’incertezza.» È difficile da decifrare all’inizio. Ma poi, quando inizi a capirla, Cecilia non si limita a parlarti solo con le parole, ma lo fa anche con gli sguardi e con le mani, come chi ha imparato a stare nel mondo osservando prima di trarre conclusioni. Perché per lei essere ricercatrice non è tanto un mestiere quanto, piuttosto, un orientamento del pensiero: «Per me essere ricercatrice è libertà. Libertà di pensiero, libertà di movimento, libertà di esprimermi.»

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Studiare il rischio, abitare il mondo

Lo dice con la naturalezza di chi non sta costruendo un’immagine, ma raccontando una verità personale. La ricerca, per lei, è una dimensione della vita, un modo di abitare il mondo: «Sono una persona curiosa… Mi piace pormi delle domande.»

Oggi Cecilia è Professoressa Associata di Scienza Politica all’Università per Stranieri di Perugia. Un’università particolare, diversa dalle altre: un luogo che nasce per chi attraversa confini, per chi arriva da lontano, per chi porta con sé lingue e storie differenti. Insegnare lì significa vivere ogni giorno all’interno di una comunità internazionale, dove la politica, prima ancora di diventare oggetto di studio, è esperienza concreta di mondi che si incontrano. È anche Visiting Professor al College of Europe di Bruges, uno di quei luoghi che sembrano fuori dal tempo: spazi raccolti, studenti da tutta Europa, discussioni continue sul destino del continente. Bruges, con la sua calma medievale, è uno dei contesti in cui prende forma il linguaggio dell’Europa futura.

E Cecilia, che studia l’Europa e le sue fragilità, si muove dentro questi spazi con la stessa curiosità con cui cammina per i vicoli del Pigneto. Il suo campo di studio sembra fatto apposta per raccontare il nostro tempo inquieto: il rischio politico. Cecilia osserva cosa succede quando le democrazie iniziano a tremare. Quando la politica europea si frammenta, quando i populismi crescono, quando nelle Americhe le istituzioni si incrinano e la storia sembra accelerare. Studia come le crisi internazionali, le guerre, le rivoluzioni, le scelte degli Stati possano cambiare improvvisamente la vita delle persone e il destino delle società.

Ma quando le chiedono qual è il rischio politico più pericoloso oggi, lei quasi sorride, perché la risposta non può essere semplice. «Non si può rispondere a questa domanda… Dipende dal punto di vista.»

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Trasformare l’incertezza in qualcosa di misurabile

Per Cecilia il rischio non è mai assoluto. È sempre relativo. «Il novanta per cento del rischio dipende dall’identità dell’entità che è a rischio.» E forse è qui che la ricerca si intreccia con qualcosa di personale. Cecilia lo ammette: l’incertezza non le piace. «Vorrei poterla trasformare in rischio… In qualcosa di più controllabile.» È come se studiare il rischio fosse anche un modo per dare un nome alle paure, per renderle misurabili, per non lasciarle fluttuare nell’aria. E questo mestiere implica anche una responsabilità. Cecilia insiste su questo punto: l’analisi politica non è un esercizio di stile. «Un buon analista è qualcuno che è capace di fare delle previsioni sensate… e di prendersi la responsabilità se queste previsioni non si rivelano corrette.» Per lei cambiare idea non è debolezza. Al contrario, è sintomo di intelligenza. «Non ho paura di cambiare idea quando emergono nuovi dati.»

Il momento in cui ha capito davvero chi sarebbe diventata non è arrivato in biblioteca, né durante il dottorato: è arrivato in aula. Lo colloca con precisione nel tempo, come si ricordano le svolte decisive. «È successo nel 2015, due anni dopo la fine del mio dottorato.»

Durante gli anni del dottorato non era sicura di voler intraprendere una carriera accademica. Era attraversata da dubbi e incertezze. E, dettaglio non secondario, racconta che il desiderio di intraprendere quel percorso è nato dall’insegnamento. Il momento di svolta è stato il suo primo corso, affidato interamente a lei, all’Università della Calabria. Relazioni internazionali, laurea triennale. Una classe, un’aula, studenti di fronte a lei, attenti e curiosi. «Questa prima esperienza di insegnamento mi ha dato tanta soddisfazione e gioia… gioia pura.» Ed è proprio in quel momento che ha avuto l’illuminazione, quella che non arriva come un ragionamento, ma come un lampo. «È quello che voglio fare nella vita.» «Molto spesso il problema non è tanto raggiungere un obiettivo. La vera sfida è capire cosa si vuole essere.»

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Prima di tutto, persone

Quando parla dei suoi mentori, Cecilia non pensa a titoli o riconoscimenti. Li ricorda come persone che restano al tuo fianco anche quando, fisicamente, non ci sono più. Ne parla come figure che ti insegnano un modo diverso di stare nel mondo accademico. C’è stato, negli anni della formazione, un professore che per lei è stato un mentore nel senso autentico della parola. Non solo per ciò che insegnava, ma per il modo in cui si relazionava con le persone. Per Cecilia, è lì che comincia tutto. «Un mentore deve essere prima di tutto una persona empatica.» È una frase che sembra semplice, ma al suo interno si intravede un’idea chiara di università.

«Saper stare al mondo significa essere consapevoli di quello che ti circonda… capire chi hai intorno e quali sono i bisogni delle persone.» Lei questa idea l’ha vista in pratica, prima ancora di pensarla. E oggi prova a trasmetterla. La prima attività in ogni suo corso è un gesto semplice: un icebreaker, un gioco da fare insieme. Un modo per rompere il ghiaccio e ricordare a tutti che prima di essere studenti e docenti siamo persone. «È un modo per far emergere qualcosa di ognuno di noi, per condividere un frammento delle nostre esperienze.»

Per Cecilia, infatti, la lezione non inizia dal programma ma prima di tutto dall’ascolto. E lo dice con una franchezza che sembra anche un avvertimento: «Puoi avere un talento straordinario, ma senza la capacità di interagire con gli altri, con gli studenti, con i colleghi, non si costruisce nulla». Forse è questo che le ha insegnato davvero quel mentore: che la conoscenza, senza relazione, resta incompleta. E che insegnare è prima di tutto un modo di stare insieme, non solo di spiegare.

Ma quella gioia è passata anche attraverso anni duri. Cecilia racconta una fase in cui tirava dritto «come un treno». «Dicevo di sì a tutte le opportunità… anche a scapito della mia salute.» Il precariato, l’incertezza lavorativa, la sensazione di dover dimostrare sempre qualcosa. «La mia strategia per gestire l’incertezza era strafare. Straprodurre.» Poi è arrivata la pandemia, che lei definisce «uno schiaffo collettivo, una wake up call». Da quel momento ha iniziato a cambiare rotta, a cercare un equilibrio. Ora tenta di non lavorare sempre, di prendere le distanze dalla logica fuorviante del sacrificio senza limiti. «Ho deciso di riequilibrare un po’ il tutto.»

Roma, in questo, è stata anche un luogo di ritorno. Una città che all’inizio l’aveva frastornata, ma che ora è casa. E Cecilia la attraversa soprattutto a piedi.

Camminare al Pigneto è un modo di pensare. Cecilia ci porta in giro tra i vicoli del quartiere, tra i murales che affiorano sulle facciate dei palazzi e si impongono come messaggi rivolti ai passanti. Ogni angolo rivela un dettaglio: un volto dipinto, una scritta, una saracinesca colorata. Cecilia li nota, li osserva, come se anche quella fosse una forma di ricerca: trovare significati nei segni del quotidiano. Il Pigneto, con il suo fascino dimesso, sembra perfetto per lei. Più che una Roma da cartolina, è una Roma attraversata da prospettive autentiche. Entrare a casa sua è come entrare in uno spazio ragionato. È ordinata, essenziale. Pochi tocchi personali, quasi nessuna distrazione. Poi ti accorgi dei libri. Tanti, ovunque. E c’è una sola fotografia: Cecilia con i genitori, durante la cerimonia di proclamazione del dottorato di ricerca della sorella. La famiglia, per lei, è tutt’altro che secondaria. «È fondamentale, è la matrice di tutto.»

In salotto è appesa anche una stampa con il significato della parola “diritto.” Cecilia lo definisce così: «È la cristallizzazione di un’illusione collettiva… una sfera che ci protegge.» Cecilia ama il teatro. E si capisce subito, perché quando insegna entra in scena. «Per me l’insegnamento e il teatro sono profondamente collegati.» È una questione di presenza. Di catturare l’attenzione. «Quando entri in aula, devi saper accendere la curiosità.»

Cecilia ha fatto teatro comico, ama la stand-up comedy. Come se ridere fosse un modo per restare umani anche dentro le strutture più rigide. «Mi piace anche ballare la bachata e il tango… mi piacciono i posti caldi.»

La seguiamo una sera, in uno dei suoi piccoli rituali romani: un bicchiere di vino con gli amici. Cecilia ascolta molto. Fa domande. Si prende cura. Si accorge di tutto, anche delle cose minime. E con gli altri è diversa da come è con se stessa. «Sono una persona che ama incoraggiare… Sono fantastica nel dare consigli. Nel seguirli, un po’ meno.»

Seduta lì, tra i suoi amici, Cecilia sembra più leggera. Come se avesse imparato quanto pesa la paura del futuro e quanto invece possa essere semplice, a volte, rimanere nel presente. Non inseguire una versione perfetta del domani, ma abitare meglio l’oggi. Forse è anche questa la sua forma di libertà più grande: accettare l’incertezza, senza smettere di camminare.

Roma allora diventa anche questo. Una città dove cercare punti di vista nascosti. Al Pigneto, sul Gianicolo, in angoli che non compaiono solo nei film ma che si vivono ogni giorno. Cecilia li cerca così: con curiosità, con impazienza, con quella voglia di capire che è la sua cifra più profonda. Perché in fondo, essere ricercatrice, per lei, conserva ancora lo stesso significato. Libertà.

E la libertà, come Roma, non è mai una linea retta. È un percorso fatto di incroci, di domande, di passi lenti tra i murales del Pigneto. E di mani che raccontano, anche quando le parole si fermano.

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