Giovanni Grandi

Professore ordinario di Filosofia Morale presso l'Università degli Studi di Trieste, dove insegna Etica Pubblica e Pratiche riparative. È tra i fondatori dell'iniziativa "Parole O_Stili" per la promozione di stili di comunicazione non violenti online e siede nei comitati scientifici dell'Istituto Internazionale Jacques Maritain e delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani. Fa parte del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Filosofia Morale. Dal 1996 fa parte del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico.

iconmonstr-quote-5-240 Essere un ricercatore è vedere un po’ più luce dove magari c’è un po’ più nebbia iconmonstr-quote-7-240

Il bosco è fitto, silenzioso, eppure non sembra mai davvero immobile. C’è un odore di terra bagnata, il fruscio leggero delle foglie, un sentiero che non si impone: si lascia intuire.

Giovanni Grandi cammina davanti a noi con un passo tranquillo, come se questo luogo fosse un pensiero che conosce da tempo. Ogni tanto allunga una mano verso un ramo basso e lo sposta con un gesto lieve, quasi rispettoso. Non c’è fretta nei suoi movimenti. È come se stesse attraversando qualcosa che va oltre il sentiero, qualcosa che chiede attenzione. A un certo punto si ferma.

Lo sguardo scivola tra i tronchi, poi si posa su un’apertura appena visibile. Non c’è nessun cartello, nessuna indicazione. Solo una vecchia sbarra, con strisce di colore ormai sbiadite, resa improvvisamente bellissima dalla luce autunnale che filtra tra le foglie. «Qui era il confine», dice piano. È un valico antico tra Trieste e la Slovenia. Una linea che un tempo divideva, che oggi sembra quasi dissolta nella natura, ma che continua a raccontare. Giovanni lo guarda come si guarda qualcosa che non è mai soltanto geografia. Trieste, dopotutto, è questo: una città che vive sul bordo. «Trieste è una città di frontiera». E la differenza tra confine e frontiera non è solo una questione di parole. «Un confine può essere un limite che ti rinchiude, ti impedisce di andare dall’altra parte. Una frontiera invece è un limite bello, perché ti presenta un’alterità, un altro mondo a cui puoi accedere». In quella parola — alterità — c’è già tutto il suo modo di stare nella realtà. Non chiudere, ma attraversare. Non separare, ma riconoscere.

Camminando con lui viene da pensare che la ricerca non sia altro che questo: restare aperti, lasciarsi sorprendere. François Truffaut diceva che la vita ha molto più immaginazione di noi. Giovanni sembra muoversi proprio dentro questa immaginazione, dove un sentiero diventa una domanda. La sua famiglia ha conosciuto il dramma dell’esodo, la perdita, il lasciare la propria casa. Eppure, ciò che Giovanni porta non è rancore. «Non mi hanno mai trasmesso l’idea che dall’altra parte ci siano i cattivi. Dall’altra parte ci sono persone che hanno la loro storia, le loro sofferenze, le loro fatiche». Il bosco ascolta. Il confine non è più una ferita, ma una soglia.

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Vivere sul bordo

Qualche ora dopo siamo di nuovo a Trieste. La città cambia luce: il bianco delle pietre, il vento che arriva dal mare, le voci nei caffè. Qui basta alzare gli occhi per capire qualcosa che altrove è impossibile: nello stesso sguardo puoi tenere insieme il mare e la montagna. A Trieste la frontiera non è mai un concetto astratto. È scritta nelle lingue che si mescolano per strada, nei cognomi, nei silenzi della memoria che affiora anche quando non la chiami. Giovanni sorride quando glielo facciamo notare. Trieste è una città che ti educa a non scegliere un solo orizzonte.

La montagna per lui non è solo un paesaggio. È un luogo interiore. Fa parte della sua vita anche attraverso il soccorso alpino: un impegno concreto, fatto di mani che afferrano corde, di corpi che si muovono insieme, di presenza quando serve. È un modo diverso di declinare la cura, lontano dalle parole e vicinissimo alle persone. E forse è proprio questo che affascina: Giovanni parla sempre di frontiere, ma non come linee sulla carta. Le sue frontiere sono umane. Agnès Varda avrebbe sorriso: se aprissimo le persone, troveremmo paesaggi. In fondo, è ciò che lui fa. Attraversa paesaggi interiori. In città, Giovanni torna nel suo ambiente quotidiano: l’Università degli Studi di Trieste. Le aule hanno l’odore della carta e dei termosifoni accesi. Fuori, la pioggia batte contro le finestre. Dentro, le voci degli studenti riempiono lo spazio prima ancora che inizi la lezione. Giovanni appoggia le mani sulla cattedra. Ascolta una domanda, poi un’altra.

Non risponde mai di scatto. Fa una pausa, come se cercasse la parola giusta non per sé, ma per chi ha davanti. Quando parla di ricerca, non usa mai un linguaggio freddo. Per lui la ricerca è un gesto umano prima che accademico. «Essere un ricercatore è essere una persona curiosa, qualcuno che ha delle domande». E aggiunge che il punto non è partire dalla metodologia, ma da una necessità più profonda: «Qual è la cosa che ti sta a cuore? Qual è la cosa che non hai capito?».

Lo dice come se la filosofia fosse, prima di tutto, una forma di attenzione. «Essere un ricercatore è sentire questa esigenza di vedere un po’ più luce dove magari c’è un po’ più nebbia».

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Ricostruire un legame dopo una ferita

Giovanni è professore ordinario di filosofia morale all’Università degli Studi di Trieste. Lavora nell’area dei valori, delle relazioni, del bene comune. Ma detto così sembra poco.

Perché le sue mani non si posano solo sui libri, ma sulle domande che gli passano davanti ogni giorno: nei testi, nei sussurri degli studenti, nei progetti che intrecciano teoria e pratica.

In anni di ricerca ha camminato tra i grandi classici e le sfide contemporanee, cercando di coniugare la tradizione della filosofia morale con i modi in cui oggi ci prendiamo cura degli altri. La sua ricerca non è una torre d’avorio. È un ponte. Nei suoi studi torna spesso una domanda semplice e difficile: cosa succede dopo una ferita? Come si ripara un legame, come si ricostruisce una fiducia. La filosofia morale, per lui, è anche questo: pensare la giustizia non solo come punizione, ma come possibilità di ricominciare.

Lo si capisce quando racconta di voler leggere le fonti antiche e riallacciarle al presente, per trovare intuizioni utili anche nella vita di tutti i giorni — dalla giustizia che cerca riparazione alle relazioni che cercano significato. Le parole non sono solo strumenti. Sono luoghi. Sono incontri. Camminando per la città inevitabilmente si finisce a parlare di parole.

È così che si arriva anche a Parole Ostili, un progetto che prova a far fiorire stili di comunicazione più responsabili e meno divisivi, portando la filosofia morale fuori dai libri e dentro la vita quotidiana.Quando lo incontriamo insieme a Rosy Russo, fondatrice del progetto, non c’è bisogno di molte spiegazioni. Parlano come fanno gli amici: con quella complicità tranquilla di chi sa che le parole non sono mai soltanto parole. Giovanni lo dice senza retorica: «Le parole sono importanti. Sono fondamentali». E forse qui torna utile Jean-Luc Godard, che scriveva: non è da dove prendi le cose, è dove le porti. Giovanni porta le parole sempre verso l’altro. Verso un dialogo possibile. Verso una responsabilità condivisa.

Per lui la ricerca umanistica è anche questo: ripulire, restituire senso. Ricorda Maritain, che paragonava il lavoro del filosofo a quello di chi lucida l’argenteria di casa. «Il compito di un ricercatore è ripulire i concetti, riportare un po’ di luce lì dove alcune parole si sono ossidate nel tempo». E forse per Giovanni tutto torna sempre lì: alle persone. Dopo Trieste, dopo l’università e il vento che arriva dal mare, il viaggio prende un’altra direzione. Non verso un altro confine geografico, ma verso qualcosa di più silenzioso.

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Fare spazio dentro

Saliamo verso Muggia Vecchia. La strada si stringe, le case diventano più rade, la città resta sotto come un pensiero lontano. Qui l’aria cambia. C’è un ritmo diverso, come se anche il tempo avesse meno fretta. Giovanni ci conduce verso la chiesa. La porta è pesante, si apre lentamente. Dentro, l’aria è fresca, immobile. C’è odore di pietra e di cera consumata. La luce entra da una finestra alta e disegna una striscia chiara sul pavimento.

Per un attimo nessuno parla. Abbassare la voce viene naturale. Ad aspettarlo c’è don Andrea Destradi, un amico di sempre. Si salutano con semplicità, con quella naturalezza che appartiene alle amicizie lunghe, quelle che non hanno bisogno di spiegarsi. È anche qui, dentro questa chiesa, che Giovanni organizza momenti di ritiro o di formazione. Giorni di silenzio e ascolto, lontani dall’urgenza quotidiana, ma stranamente vicinissimi alla vita.

Giovanni parla della spiritualità con delicatezza. «La spiritualità è qualcosa che credo appartenga a ogni essere umano. Dice la profondità delle nostre vite. Se non coltiviamo un po’ di vita interiore, indipendentemente da ciò in cui crediamo, non facciamo spazio dentro di noi». Per lui la spiritualità non è un’etichetta. È un esercizio di ascolto. «L’esperienza dell’interiorità è l’esperienza di un ascolto delle parole che passano dentro di noi». Poi aggiunge una frase che resta sospesa nell’eco della chiesa: «Non è rilevante in prima battuta dare un nome alla voce che ascolti. Ma riconoscere la voce che ti spinge verso qualcosa di costruttivo e di positivo».

In quel momento capisci che per Giovanni la frontiera più importante non è solo quella tra Trieste e la Slovenia. È quella che passa dentro le persone. Gli chiediamo cosa sia il prossimo. Lui non risponde con un concetto astratto. «Il prossimo è qualcuno che ti è vicino». E poi, quasi sottovoce: «Qualcuno che si è preso cura di te». Quando arriviamo alla famiglia, qualcosa cambia ancora. Giovanni sorride in modo diverso. Gli occhi gli brillano davvero. Una moglie e tre figli. Una casa piena. Una vita che non lascia spazio all’illusione del controllo. «Avere una famiglia mi ha condizionato nella ricerca in modo estremamente positivo», dice. «Perché avere qualcuno che chiede il tuo tempo è fondamentale». Poi ride. «Spesso diciamo che all’arrivo del secondo figlio tutte e quattro le mani sono occupate. Il terzo non fa differenza, perché tanto le mani erano già occupate».

È una battuta, ma dentro c’è un mondo: l’idea che la ricerca non si faccia nel vuoto, ma dentro una vita piena, imperfetta, condivisa. «Gli affetti non sono un intralcio», aggiunge. «Rendono più vero quello che stai facendo». E mentre lo dice, Trieste resta lì fuori, sospesa tra mare e montagna, tra confine e frontiera. Come se anche la città, in fondo, fosse una filosofia. Un invito continuo a non chiudere, ma a restare aperti.

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