Boris Behncke

Ricercatore presso l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) di Catania, specializzato in vulcanologia. Si occupa della sorveglianza dell'Etna e dei vulcani siciliani, con un focus particolare sui fenomeni esplosivi e i flussi piroclastici. Coordina attività di divulgazione istituzionale e partecipa ai principali festival della scienza italiani.

iconmonstr-quote-5-240 La scienza, per me, non è mai separata dallo stupore: dentro ci confluisce tutta la vita, anche quella emotiva iconmonstr-quote-7-240

Il primo incontro con Boris Behncke avviene sotto le pendici dell’Etna, in un punto in cui il vulcano è presenza anche quando non lo guardi. L’aria ha già quell’odore leggero di pietra e di cenere, e la montagna incombe come un personaggio antico, mitologico, come se potesse comparire Polifemo, custode di fuoco e oscurità. E invece arriva Boris.

Possente, sì. Sembra appartenere alla montagna. Ma basta un sorriso — pieno, largo — e la figura si scioglie. Non incute timore, non impone distanza. Ti fa sentire subito un amico di lunga data, uno che conosci da sempre.

È buffo, perché le sue abitudini tedesche non lo hanno mai abbandonato davvero. Camicia hawaiana, calzini e sandali, un’aria quasi da turista fuori stagione. Solo dopo, con calma rituale, si cambierà per salire sul vulcano, come se anche il corpo dovesse adeguarsi alla montagna.

Camminare con lui sull’Etna è come attraversare una storia che non smette mai di riscriversi. Ogni pietra sembra avere una data, ogni cratere un ricordo. È il suo lavoro, da vulcanologo dell’INGV-Osservatorio Etneo, con base a Nicolosi: seguire il vulcano da vicino, tradurlo, raccontarlo.

Boris guarda la montagna come si guarda qualcuno che si ama: con attenzione, con rispetto, con una specie di vigilanza affettuosa. A un certo punto lo dice, quasi come se fosse una domanda che gli appartiene da sempre. «Perché l’Etna? Perché sono venuto qui?» Da bambino, in Germania, seguiva i vulcani attraverso i media. Non era un’ossessione, non ancora, ma c’era un nome che tornava più degli altri. «C’era un vulcano di cui si parlava più spesso di tutti gli altri nei media in Germania. E questo vulcano si chiama Etna.» Già allora gli sembrava diverso. Eccezionale. Vivo.

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Un vulcano che sembrava un destino

Il primo viaggio in Sicilia, nel 1989, fu un incontro che somigliava a un destino. A Muntagna, come lo chiamano qui, era l’ultima tappa di quel percorso di studio, eppure decise di presentarsi con una teatralità quasi personale. Boris sorride ricordandolo: «Per salutarmi l’Etna ha fatto un’eruzione molto spettacolare… una sequenza di eventi eruttivi molto diversi. Prima una serie di fontane di lava in cima e poi un’eruzione laterale. Tutto questo in meno di dieci giorni. Quindi questo era il suo saluto.» Un saluto che diventa promessa. Prima il dottorato, poi la scelta di restare.

Quando si trasferì davvero, nel ’97, non fu uno shock improvviso. Era come se si fosse preparato lentamente. «Era già da otto anni che venivo regolarmente in Sicilia… passavo a volte anche mesi qua nella zona di Catania e dintorni e sull’Etna.» Aveva imparato il ritmo, i ritardi, il modo in cui le cose funzionano — o non funzionano.

«In Sicilia una delle prime cose alle quali mi sono abituato è di essere sempre un po’ in ritardo,» ride. «Quando arrivavo puntuale ero sempre quello lì da solo ad aspettare gli altri.»

Non è stato solo un trasferimento geografico. È stato un cambio di destino: dal nord al sud, dalla disciplina tedesca al respiro imprevedibile dell’isola. Un giovane ricercatore che sceglie la Sicilia per amore di un vulcano mediterraneo. Ma l’Etna non è mai solo un luogo. È un carattere. Un’entità che cambia.

Boris lo ripete mentre camminiamo, e sembra ancora stupito dopo decenni. «La cosa che più mi colpisce… è quanto è vario questo vulcano, capace di comportarsi come tanti diversi vulcani su questo pianeta, tutti uniti in uno solo.»

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Non è mai solo una montagna

Ci sono colate silenziose, quasi timide. Poi attività esplosiva crescente. E poi, improvvisi, i parossismi. «Fontane di lava che possono superare i duemila metri di altezza…» Il vulcano modifica sé stesso continuamente, come un organismo che cresce. «Quello che vediamo oggi sembra un vulcano totalmente diverso da quello che ho conosciuto trentasei anni fa.»

Dalla sua casa a Nicolosi l’Etna è sempre lì. Anche quando le nuvole lo coprono, Boris sa dov’è. Quando è visibile, lo osserva come si osserva un volto familiare. «Mi stupisce, mi impressiona.» E poi aggiunge un dettaglio che sembra quasi impossibile: «Alcune delle forme che si vedono proprio da qui in questo momento hanno l’età di appena un anno.» C’è un cratere, il più giovane, che lo colpisce più degli altri. Lo descrive con una parola siciliana, quasi tenera. «Era una cosa tutta nica nica… piccolina… ed è diventato un mostro.»

Quando arriva un’eruzione, Boris non è mai solo un tecnico. È un uomo davanti al sublime. «Lo seguo con fascino,» dice, e poi quasi abbassa la voce. «A volte quasi con le lacrime negli occhi, perché è molto emozionante, molto bello.» Gli chiediamo se ha provato lo stesso altrove, se esiste un altro vulcano capace di entrargli così dentro. «Un po’ sullo Stromboli,» ammette. «Ho passato momenti molto emozionanti.» Poi però sorride. «Ora non lo farei più… sono diventato forse leggermente più saggio e lo Stromboli è diventato un po’ più cattivo.»

Nel suo racconto c’è sempre anche la comunità attorno alla montagna. L’Etna non è deserto: è circondato da case, strade, paesi, persone che convivono con il rischio e con la bellezza. «È circondato da un popolo,» dice, «quello degli etnei, che hanno un rapporto assai complicato con questo vulcano.»

Quando l’Etna si risveglia, la Sicilia ascolta. E spesso, tra le prime voci che arrivano al pubblico, c’è la sua: una voce capace di tradurre il vulcano, di renderlo comprensibile senza togliergli mistero.

Lo seguiamo in uno dei suoi eventi pubblici. Parla con un accento tedesco ormai italianizzato, ogni tanto prova perfino il siciliano, strappando sorrisi. Nicolosi lo ha adottato, anche quando inciampa nelle parole. Non è solo divulgazione: è un modo di restituire il vulcano alle persone che ci vivono intorno. Perché sull’Etna la ricerca non è mai astratta. È territorio, è rischio, è convivenza.

Nel suo studio all’Osservatorio Etneo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, lo vediamo preparare presentazioni insieme a due tirocinanti francesi. Boris dà consigli, indirizza, accompagna. Qui il vulcano non è più solo panorama: è lavoro quotidiano, monitoraggio costante, responsabilità. Nicolosi è un punto minuscolo sulla mappa, eppure è uno dei centri nevralgici da cui si osserva uno dei vulcani più attivi al mondo.

Le sue giornate si muovono tra il campo e l’analisi, tra la montagna e i numeri: eruzioni laterali, crateri sommitali, colate che cambiano direzione, parossismi improvvisi. Studiare l’Etna significa inseguire una trasformazione continua. Ma il lavoro scientifico qui non è mai solo dentro un ufficio.

Ci sono notti in cui il vulcano chiama, e allora si sale. Si osserva. Si aspetta. Si misura. L’Etna diventa un laboratorio naturale immenso, aperto sotto il cielo.

Boris racconta quei momenti con una lucidità che è anche emozione, come se la scienza non potesse essere separata dallo stupore. E insiste sempre su una cosa: la scienza qui non è mai solitudine. «Il risultato di quello che facciamo è lavoro di squadra.» E mentre lo dice, sembra quasi voler spostare la luce su chi resta dietro le quinte. «I veri eroi sono loro… tecnici e tecnologi che hanno sviluppato questi sistemi.»

Prima ancora che la parola «blog» esistesse, Boris aveva già iniziato a scrivere il vulcano giorno per giorno, come un diario aperto al mondo, un bisogno naturale di raccontare l’Etna mentre accadeva.

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Realizzare un sogno d’infanzia

Poi c’è un’altra vita: la musica. Non come hobby marginale, ma come seconda vita. Musica elettronica, composta e prodotta nel silenzio della sera. «Da bambino avevo sempre musica in testa.»

La musica è memoria, emozione, passato. Dentro ci sono la Germania, i genitori, la cortina, la vita di prima. «Confluiscono tutti gli aspetti della vita… emozionale, amorosa… anche il vulcano c’entra molto.» Mentre compone, Boris quasi si dimentica di noi. Ma non dell’Etna.

Accanto al computer, alla tastiera, al sintetizzatore, c’è un monitor sempre acceso: una webcam puntata sul vulcano. Come se non potesse davvero staccarsene. Come se avesse bisogno, anche nel silenzio della notte, di controllare che sia lì.

Alla fine, Boris parla spesso al bambino che era. A quel ragazzino che sognava di vivere su un vulcano. «Quando c’è un’eruzione… lo contatto e dico: guarda che bella cosa!»

E forse è questo il centro di tutto. Non solo la scienza. Non solo la carriera. Una vita intera trascorsa dentro un sogno. «Sono uno di questi pochi privilegiati che stanno realizzando il sogno di infanzia.» E mentre lo dice, fuori dalla finestra, l’Etna resta fermo. Immenso. Presente. Come un dio antico che ascolta.

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