Jummi Laishram
Tecnologo nel team di Microscopia Elettronica presso Area Science Park a Trieste, dove si occupa di nanoscienza e nanotecnologia. Con un dottorato conseguito alla Sissa, ha esplorato la fisica dei sistemi biologici attraverso lo studio dei neuroni e l'utilizzo di diverse tecniche di microscopia.
Pensavo di aver chiuso con la ricerca. Invece era solo una pausa. La strada non si era interrotta, stava solo aspettando. ![]()
A volte la vita cambia direzione non nei grandi momenti, ma in quelli più ordinari: una conversazione nata per caso, una domanda semplice, un incontro che arriva senza preavviso. Per Jummi Laishram succede così, a Trieste, davanti a una scuola, quando una chiacchierata quotidiana diventa improvvisamente una possibilità: ricominciare.
La immagini lì, con un sorriso gentile e una presenza discreta. Una di quelle persone che non fanno rumore, ma che quando parlano ti sembra che il tempo rallenti un po’. È delicata, sensibile, elegante, come certe persone della sua terra sanno essere. E in quel sorriso c’è qualcosa che resta, anche quando la giornata è storta.
È proprio lì, in mezzo a quel piccolo caos fatto di zaini, voci e adolescenti che rispondono a monosillabi, che prende forma un’idea inattesa. Regina Ciancio le racconta che al Laboratorio di Microscopia Elettronica di Area Science Park, di cui è responsabile, è aperta una posizione. E in quel momento, in Jummi riaffiora un desiderio forse sopito: quello di tornare a fare ricerca.
Perché Jummi, prima di essere una mamma a tempo pieno, è stata una ricercatrice. E dentro di lei quella parte non si era mai davvero spenta. «Per me essere una ricercatrice è scoprire il mondo nascosto». Poi abbassa un po’ la voce, quasi con pudore. «Studiare, in fondo. Capire le cose».

Scoprire il mondo nascosto
Oggi Jummi lavora a Trieste all’Area Science Park, nel Laboratorio di Microscopia Elettronica. Un luogo dove si entra per guardare dentro la materia. Un laboratorio fatto di strumenti di grandi dimensioni ma capaci di vedere l’invisibile. Indossa il camice, infila i guanti con attenzione, prepara campioni minuscoli che contengono mondi. Li sistema con delicatezza, come se fossero qualcosa di fragile. Poi la stanza si fa più quieta, il microscopio elettronico comincia il suo lavoro, e davanti a lei si apre una geografia fatta di dettagli invisibili. «Con la microscopia elettronica noi possiamo vedere i materiali nel profondo. Possiamo capire come sono fatti».
Ma non è solo uno sguardo dentro la materia. È anche un lavoro di connessioni. Perché nel laboratorio arrivano ricercatori, studenti, aziende che portano un frammento di futuro tra le mani: un materiale nuovo per l’energia, una soluzione innovativa per la biomedicina, una nanostruttura che potrebbe aprire nuove strade ancora inesplorate. Jummi li aiuta a trovare una risposta in qualcosa di minuscolo. A volte basta un’immagine: una frattura, un difetto, un ordine perfetto di atomi. «Con i nostri strumenti possiamo osservare particolari invisibili ai microscopi ottici, per esempio gli atomi». È un lavoro di precisione e pazienza, fatto di attese e di silenzi, di risultati che arrivano dopo ore. Ma anche di meraviglia continua, perché ogni campione è un mondo che nessuno aveva mai visto prima.

Ricominciare
Jummi arriva dall’India, da una cultura fatta di rispetto, di gesti misurati, di attenzione agli altri. Ha studiato lì sino all’università, poi è partita. Trieste l’ha accolta per un dottorato e durante quegli anni ha incontrato anche l’amore. «Durante il dottorato ho incontrato quello che poi è diventato mio marito. E insieme abbiamo deciso di restare a Trieste».
Trieste diventa casa. Lavora all’università, con un altro tipo di microscopia, quella confocale. La ricerca è il suo mondo, dove ogni giorno si osserva in profondità e si prova a dare forma alle domande. Poi arriva la maternità. E con lei, una pausa che non è solo una pausa professionale, ma un cambio totale di ritmo, di identità, di orizzonte. «Durante quel periodo sono diventata mamma e ho scelto di lasciare la mia carriera per dedicarmi a mia figlia».
Lo dice senza rimpianto, ma si sente che non è stata una scelta semplice. Come se quella parte di sé fosse rimasta in sospeso. Come se ogni tanto, l’idea, il desiderio di tornare alla ricerca facesse capolino tra pensieri. Poi accade veramente. Jummi partecipa alla selezione e risulta vincitrice. Inizia così a lavorare presso il laboratorio di cui Regina è responsabile. Qualcosa dentro di lei si muove: insieme alla felicità arriva anche la paura. «Entrare di nuovo in questo mondo… è stato un po’ difficile», ammette. «Perché non ho fatto questo lavoro per diversi anni».
C’è un momento, all’inizio, in cui tutto sembra più grande di lei. La disciplina, i ritmi del laboratorio, l’ansia di dover dimostrare di essere ancora capace, prima di tutto a sé stessa. Essere ricercatrice significa far parte di un gruppo che lavora in sinergia.
Jummi era timida. Molto timida. Forse lo è ancora un po’. Ma è proprio lì che succede qualcosa di importante: non resta sola. Regina non è solo una responsabile. Regina diventa una guida, una presenza quotidiana. Una persona che riesce a spronarti con fermezza e affetto, che ti aiuta a superare la timidezza, che ti fa credere in te stessa anche quando fai fatica a farlo. E poi c’è Francesca, un’altra collega di Area Science Park, un’amica. Una rete silenziosa fatta di donne, di lavoro condiviso, di incoraggiamento quotidiano. «Grazie a Regina e anche ai colleghi, che sono stati molto gentili con me, sono riuscita a rimettermi in gioco e a ritrovare il mio posto in questo mondo. Grazie all’Area Science Park sono rinata come ricercatrice».

Tra laboratorio e vita
La maternità, racconta, è stata una scuola. «Essere una madre significa essere molto paziente».
E la pazienza serve anche in laboratorio, perché «gli esperimenti non sempre vanno come vuoi». Ogni errore diventa un momento di apprendimento. Ogni risultato mancato una nuova strada. «Io la prendo come una nuova occasione per imparare attraverso diversi tentativi…».
In quegli anni, Jummi trova equilibrio anche in piccoli rituali. Uno su tutti: lo yoga. Non solo un modo per staccare, per curare corpo e spirito, ma anche un filo che la riporta a casa. Suo padre praticava yoga, e lo facevano insieme quando lei era in India. Oggi, ogni momento sul tappetino diventa anche un legame silenzioso con lui, un modo per sentirlo vicino anche a migliaia di chilometri.
E quando non è sul tappetino o davanti a un microscopio, Jummi ama un altro luogo quieto: le librerie. Le piace passare il tempo tra gli scaffali, lasciandosi attraversare dalle storie degli altri, dall’odore della carta, da quel silenzio pieno che solo i libri sanno avere. Anche lì, in fondo, esplora. Non atomi, ma parole. E forse è per questo che, quando la incontriamo, non è in laboratorio che ci invita, ma attorno a un tavolo. La cena la facciamo a casa di Francesca. Jummi ha portato con sé i sapori della sua cultura: piatti speziati, profumi che riempiono la stanza come un racconto.
È una serata fatta di risate leggere, di racconti di lavoro che diventano subito racconti di vita. In tutto quello che fa — cucinare, parlare, raccontare esperimenti di microscopia elettronica — Jummi sorride sempre. C’è una grazia naturale nel modo in cui si muove, nel modo in cui ascolta, nel modo in cui racconta. Qualche giorno dopo, invece, incontriamo sua figlia.
Non a cena, ma in un caffè. E non un caffè qualunque: il Caffè San Marco, uno di quei luoghi che a Trieste sembrano fatti apposta per contenere storie. Le pareti sono calde, piene di legno e libri, l’aria sa di espresso e carta, di conversazioni basse e pomeriggi lenti. Ci sono studenti con i quaderni aperti, signori che leggono il giornale come se fosse un rito, turisti che parlano piano per non disturbare.
Jummi entra con la sua delicatezza naturale, la stessa con cui entra in laboratorio. Si siedono a un tavolino, madre e figlia, tra una bibita e qualcosa di semplice da sgranocchiare. Fuori Trieste scorre, dentro il tempo sembra più morbido. La figlia ha quell’età sospesa tra l’infanzia e l’età adulta, tra il desiderio di essere indipendente e il bisogno di restare ancora un po’ vicina. Il loro dialogo è fatto di piccoli scambi, di ironia, di quella complicità che esiste solo tra una madre e una figlia adolescente: un misto di affetto, piccole distanze e legami fortissimi. Jummi la guarda con orgoglio, sensibile e discreta come del resto è. «Ho sempre voluto trasmettere a mia figlia un messaggio importante: tu puoi diventare ciò che vuoi».
La figlia sogna un’altra strada. L’arte, il cinema. E Jummi la supporterà sempre. Sedute lì, al San Marco, tra il profumo del caffè e il brusio della città, sembra quasi che tutto si tenga insieme: la scienza e la maternità, l’India e Trieste, il microscopio e le librerie, il futuro e le radici.
È questo il cuore della sua storia: la curiosità che attraversa tutto, dalla materia invisibile agli equilibri delicati della vita. Una donna che vive tra la scienza e la famiglia, tra l’India e Trieste, tra la pazienza e il desiderio di conoscere e capire. E mentre parla, mentre cucina, mentre lavora, sorride sempre. Ottimista, come si definisce lei. «Cerco di vedere il bene in tutto».
E forse è proprio questo, alla fine, il suo esperimento più riuscito.












