Martina Capriotti

Assegnista di ricerca presso l'Università di Camerino e docente alla Zhengzhou University of Light Industry in Cina. Esploratrice di National Geographic specializzata in ecotossicologia marina, conduce ricerche sullo stress in ambito marino. Ricopre inoltre la carica di Vicepresidente nazionale della Federazione Italiana Salvamento Acquatico.

iconmonstr-quote-5-240 Studio ciò che nel mare non si vede, ma che cambia tutto: è sotto la superficie, dentro gli organismi, negli equilibri fragili che spesso diamo per scontati. iconmonstr-quote-7-240

Arriviamo a San Benedetto del Tronto con quella luce che esiste solo nelle città di mare.

Al B&B ci apre una signora cordiale e accogliente, con lo sguardo di chi sembra intuire le storie prima ancora di ascoltarle. Ci offre un caffè, poi ci chiede cosa ci porta lì. Quando le diciamo che siamo in città per intervistare Martina Capriotti, sorride, annuisce, come se stessimo confermando qualcosa che sapeva già. «Ah… il genio», dice.

Incontriamo Martina poco dopo. E capiamo subito che quel soprannome la mette un po’ in imbarazzo. Quando qualcuno la definisce così, lei tende sempre a ridimensionare. «Non sono un genio», ripete spesso, «sono una ricercatrice come tante altre». È un modo per riportare tutto a una misura più umana, più concreta.

Ci accompagna in barca, perché per capire il suo lavoro bisogna partire da qui. Il mare non è uno sfondo: è il centro di tutto. Indossa l’attrezzatura con gesti sicuri, entra in acqua per un’immersione legata ai suoi studi sulle microplastiche e sulle ondate di calore marine. Quando riemerge, il suo sguardo è diverso: concentrato, presente, come se tutto il resto fosse rimasto in superficie.

Parlare con lei di microplastiche non significa ascoltare un elenco di dati.

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Quello che non si vede, ma che è ovunque

Martina racconta di particelle invisibili che entrano negli organismi marini e interagiscono con gli equilibri fragili senza fare rumore. «Studiare gli inquinanti marini come le microplastiche o i contaminanti chimici vuol dire occuparsi di qualcosa che non si vede, ma che è ovunque».

Non è solo plastica che galleggia: è ciò che quella plastica diventa, frammentandosi fino a entrare nella catena alimentare, fino a rendere vulnerabile qualcosa che abbiamo sempre considerato infinito e di cui ancora si sa molto poco sugli effetti avversi. Racconta che la prima volta in cui ha sentito davvero cosa fosse la ricerca non è stato qui, ma lontano. Durante un Erasmus in Norvegia, quando ha seguito un progetto sperimentale dall’inizio alla fine. «È stato lì che ho capito che volevo continuare».

Non tanto per il risultato, quanto per il processo: l’idea che la conoscenza si costruisca passo dopo passo, come una navigazione lenta. Ed è qui che ti cattura. Non alza mai la voce, non cerca allarmismi, ma riesce a farti sentire il peso reale di ciò che studia. Il mare non è infinito come ci piace pensare. «È molto più fragile di quanto immaginiamo. E proprio per questo va osservato con attenzione».

Il suo lavoro l’ha portata anche lontano: insegna in Cina, ha vissuto tre anni negli Stati Uniti. Martina collabora con National Geographic, che supporta alcuni suoi studi, contribuendo a raccontare le sue ricerche e l’impatto dei contaminanti a un pubblico più ampio. Un altro modo di stare dentro la scienza: portare i dati fuori dal laboratorio e rimetterli in circolo, perché diventino comprensibili, condivisi. Perché l’inquinamento ha origine nell’uomo: per questo dobbiamo capire l’impatto delle nostre scelte sulla natura e agire per difenderla.

A un certo punto ti rendi conto che mentre parla del suo lavoro, Martina ti affascina. Non perché semplifica, ma perché rende tutto umano. Una delle parole che la descrivono meglio è esplorare. Esplorare luoghi, culture, ma anche processi invisibili, dinamiche lente.

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Il mare non ammette errori

È lo stesso spirito che l’ha portata fuori dall’Italia, e poi di nuovo qui. Perché San Benedetto resta il suo punto fermo. Casa, per lei, non è un concetto astratto: è il luogo dove è nata, cresciuta, dove ci sono la famiglia, le amicizie, una rete che la tiene ancorata mentre tutto il resto si muove. La vediamo poche ore dopo durante un’esercitazione di salvamento acquatico. Il tono cambia. Qui Martina è netta, precisa. Vuole che le cose vengano fatte bene. Non per controllo, ma per rispetto, perché salvare vite umane in mare non ammette errori.

Il rigore che mette in laboratorio lo ritrovi identico sulla spiaggia.

È esigente con sé stessa, lo sottolinea apertamente. Sa che l’errore fa parte della ricerca, ma non lo banalizza mai. Ogni passaggio ha un peso, ogni gesto una conseguenza.

Il giorno successivo siamo con lei sulla spiaggia, circondata da bambini. Parlano di rifiuti, di plastica abbandonata, di mare. Martina si abbassa alla loro altezza, usa parole semplici senza essere semplicistica. Qui emerge con forza un altro aspetto fondamentale del suo lavoro: la comunicazione. Martina è convinta che raccontare la scienza sia un processo importante della ricerca. «Se nessuno capisce cosa succede sotto la superficie dell’acqua, allora i dati restano muti».

Eppure, mentre seguiamo le sue giornate così piene, resta una sensazione sospesa. Martina fa molte cose. A volte, troppe. Ricerca, salvamento, educazione, divulgazione. Dice sì spesso. È così immersa in quello che fa che, quasi con sorpresa, racconta di essersi accorta solo di recente che alcuni locali storici di San Benedetto hanno chiuso. Posti che c’erano sempre stati. Come se, mentre lei attraversava mare, laboratori e spiagge, il tempo avesse continuato a scorrere altrove.

La sua vita personale sembra rimasta in attesa. Non bloccata, ma sospesa. Come se stesse ancora cercando un porto sicuro dove fermarsi davvero.

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Raccontare la scienza, restare dentro le domande

Qualche settimana dopo la rincontriamo a Perugia, sul palco della finale di SUMO Science, un format di comunicazione scientifica che porta ricercatrici e ricercatori fuori dai laboratori e li mette davanti a un pubblico eterogeneo, chiedendo loro di raccontare la scienza in pochi minuti. Qui Martina è meno a suo agio che in acqua. Si vede. Ma quando inizia a parlare, qualcosa si allinea. Non recita, non performa: racconta. E anche dal palco riesce a trasmettere complessità senza perderti. In uno dei momenti di pausa, parlando di sé, racconta che il libro che più le è rimasto impresso è Il mondo di Sofia. Un viaggio filosofico fatto di domande, più che di risposte.

Ascoltandola, viene naturale pensare ad altri personaggi letterari, lontani da lei ma affini nello spirito. Alla letteratura russa, per esempio. Fëdor Dostoevskij scriveva che «l’uomo ama costruire e tracciare strade, ma perché ha anche una passione altrettanto forte per la distruzione e il caos». Figure in cammino, inquiete, sospese tra ciò che sono e ciò che potrebbero diventare. Martina dà un’impressione simile: profondamente radicata e allo stesso tempo in continuo movimento. Del futuro parla con cautela. Sa che la ricerca in Italia è un percorso fragile, fatto di passaggi incerti. Ma quando immagina sé stessa tra qualche anno, l’accademia resta l’orizzonte. Insegnare, fare ricerca, continuare a stare dentro le domande.

Martina Capriotti è una biologa marina e ricercatrice presso l’Università di Camerino, dove studia l’impatto degli stress sugli organismi marini. Ma definirla solo attraverso il suo ruolo sarebbe riduttivo. Perché Martina, più che una risposta, è una domanda in movimento.

E forse è questo che resta, tornando via: la sensazione che il mare, per lei, non sia solo un luogo di lavoro.

È il posto dove continua a cercare.

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