Giorgio Patelli

Medico oncologo e dottorando presso l’Istituto AIRC di Oncologia Molecolare (IFOM ETS), il Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, l’Università degli Studi di Milano e la Scuola Europea di Medicina Molecolare (SEMM). La sua ricerca si focalizza sulla medicina di precisione e sulla biopsia liquida per i tumori solidi, contribuendo a studi internazionali volti a personalizzare le terapie e ridurre la tossicità dei trattamenti.

iconmonstr-quote-5-240 Non sono arrivato alla ricerca per vocazione. Ci sono arrivato strada facendo, attraverso deviazioni, dubbi e scelte che solo dopo hanno trovato una direzione iconmonstr-quote-7-240

Chi vi scrive ha fatto tante interviste a ricercatori e scienziati. C’è una domanda che, prima o poi, arriva sempre. Una domanda semplice, quasi innocente: qual era il tuo piano A?

La risposta, quasi invariabilmente, è una sola. La scienza. La ricerca. Come se fosse una vocazione inevitabile, un destino scritto in anticipo. Come se non ci fosse mai stata un’alternativa. Con Giorgio Patelli, però, non funziona così. Il suo piano A, almeno fino a un certo momento non lontano, era un altro: la musica.

Fa un certo effetto, entrando in casa sua a Milano, rendersene conto subito. Non perché manchino libri, appunti, tracce di lavoro. Ma perché accanto a tutto questo c’è qualcosa che non ti aspetti: un disco d’oro, incorniciato, appeso come una memoria silenziosa. E poi chitarre, strumenti che oggi non usa più per lavoro, ma che non ha mai davvero abbandonato. Oggetti che raccontano una vita parallela. In fondo, come scrive Pavese, «ogni scelta è una rinuncia».

Giorgio è un medico oncologo, certo. Un dottorando che si muove tra l’Istituto AIRC di Oncologia Molecolare (IFOM ETS), il Grande Ospedale Metropolitano Niguarda e l’Università degli Studi di Milano. Un percorso ibrido, come lui stesso lo definirebbe, in cui la corsia e il laboratorio non sono due mondi separati ma un’unica traiettoria. Milano, per Giorgio, è anche questo: una città che attraversa in bici, da un edificio all’altro, tra una riunione e un esperimento, tra conference call e un turno in ospedale. Lo immagini pedalare veloce, con lo zaino sulle spalle e la testa piena di pensieri, come se ogni strada fosse un collegamento tra due domande.

Perché, come ci ricorda Calvino, «prendere la vita con leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto».

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Un percorso nato strada facendo

All’IFOM lo si vede nel laboratorio, con quella presenza discreta di chi non entra mai da protagonista, ma da apprendista continuo. Parla con il responsabile del suo gruppo, ascolta, fa domande, cerca consigli. Non solo sulle analisi, sui dati, sugli esperimenti, ma anche su come si sta in quel mondo. Impara anche dai gesti, da come ci si muove in un laboratorio, da come si affronta un fallimento senza farsene travolgere.

Poi c’è il Niguarda, i corridoi dell’ospedale, un organismo diverso. Qui Giorgio cambia camice e postura, le sue relazioni assumono un altro registro. Incontra il primario, discute un caso, ascolta un parere, prende appunti mentali. È come se cercasse sempre un dialogo, una guida, una direzione. Anche qui impara non solo dalle parole, ma dall’esperienza degli altri, da come si sta accanto alle persone.

Perché la sua ricerca è fatta proprio di collegamenti invisibili. Si concentra sulla medicina di precisione e sulla biopsia liquida nei tumori solidi: la possibilità di leggere la malattia nel sangue, di seguire le mutazioni, di capire in anticipo quale terapia può funzionare davvero. Personalizzare le cure, ridurre la tossicità, evitare trattamenti inutili. Una medicina che non guarda solo al tumore, ma alla persona. Eppure, quando Giorgio parla di ricerca, non lo fa mai come se fosse un’impresa solitaria. «La ricerca secondo me è un flusso tra varie persone, non è un processo individuale.»

Quando gli chiedi cosa significhi essere ricercatore, non parla di carriera, né di prestigio. Parla di umanità. «La ricerca è una missione. È un desiderio ed è una cosa umana.» E poi aggiunge qualcosa che pochi hanno il coraggio di dire. «La scoperta la fai veramente raramente.»

La maggior parte del tempo è fatta di tentativi, di ipotesi che non reggono, di conoscenze «in negativo». Esperimenti che non portano dove speravi. Eppure, si va avanti. Perché le domande restano.

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Tra la cura e quello che si lascia indietro

Giorgio vive in equilibrio tra due mondi: medico e ricercatore. Ma per lui non sono due entità separate. «Per me è un tutt’uno. A volte le idee nascono da un esperimento, ma altre volte nascono dall’osservazione di una storia… di un paziente.»

Non essere semplicemente un medico. Non essere semplicemente un ricercatore. Essere entrambe le cose. Stare in quella zona ibrida dove la ricerca nasce dalla cura e la cura alimenta la ricerca.

Certo, qualcosa lungo la strada è rimasto indietro. Lo ammette senza drammatizzare, ma con lucidità. «Tante volte mi sveglio con un filo d’ansia e mi dico: come mi piacerebbe vivere in campagna e fare una vita diversa.» E poi c’è quella frase, quasi buttata lì, che pesa più di quanto sembri. 

«Il fatto che io non abbia mai più preso in mano una chitarra sottintende un trauma.»

La vita, quando scegli, ti chiede sempre un prezzo. Anche quando scegli qualcosa che ami. E poi c’è un’altra cosa che pesa, anche se non si vede. Non è solo fatica. È lo sguardo degli altri. Il confronto continuo. La sensazione di dover dimostrare. «La preoccupazione è sempre anche il giudizio degli altri verso la tua figura, soprattutto quando cerchi di raggiungere risultati importanti.» È una frase che resta lì, sospesa.

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Un flusso che continua

Tornando alla musica, non è sparita. È rimasta sotto forma di metodo, di sguardo, di creatività pratica. «So attaccarmi alle buone idee… e ho sviluppato una metodologia di produttività, quasi logistica, di management. È la stessa cosa nella ricerca: pensi una cosa, fai l’esperimento e non c’è il risultato, e devi ricominciare.»

Forse è questo che Giorgio porta con sé: la capacità di far scorrere un flusso. Nella musica, nella scienza, nei progetti, nelle persone. Come se fosse ancora un produttore, solo che ora non produce canzoni, ma domande, ipotesi, tentativi. E ogni risultato, come una traccia, entra in un album collettivo più grande di lui.

E oggi qualcosa sembra cambiato. C’è una presenza nuova nel suo racconto. Una rotta diversa. La sua compagna, Carla, anche lei oncologa. «Lei mi ha spinto a mollare un po’. Io ero molto sulla presa: produrre, produrre.» E poi, con una gratitudine che non ha bisogno di essere spiegata: «Da quando conosco Carla, mi prendo anche i miei tempi. Le devo moltissimo. Non l’avrei fatto da solo.» Quando gli chiedono come si vede tra dieci anni, Giorgio non si irrigidisce in una risposta costruita. Non fa piani perfetti. «Non sono un pianificatore nel lungo periodo: ci sono troppe incognite.»

Forse è anche questo che lo rende così umano: l’idea che il futuro non sia una scaletta da seguire, ma una strada da attraversare, come Milano in bicicletta, senza sapere esattamente dove sarai, ma sapendo perché continui a pedalare.

Giorgio Patelli non è lo scienziato predestinato. Non è la vocazione lineare. È uno che ha avuto un disco d’oro in casa prima ancora di un dottorato. Uno che ha lasciato la musica in rampa di lancio. Uno che corre tra laboratorio e ospedale con la frenesia milanese e l’anima bolognese, attraversando la città in bicicletta, sempre con il sorriso. E forse proprio per questo riesce a ricordarsi che la ricerca, prima di tutto, è fatta di persone. «Serve essere una persona che sta nel posto giusto con le persone giuste e che persegue qualcosa che abbia una potenziale utilità.»

Non un destino. Un percorso. Un flusso.

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