Dario Boemia

Assegnista di ricerca presso l’Università IULM di Milano e professore a contratto di Graphic Journalism al Boston College Italy. La sua attività di ricerca si concentra sul rapporto tra testo e immagine nei periodici e sulle interazioni tra giornalismo e fumetto. È inoltre membro dell’editorial board del Journal of European Periodical Studies.

iconmonstr-quote-5-240 Cerco ciò che è rimasto ai margini, per creare connessioni dove prima c’erano solo frammenti iconmonstr-quote-7-240

Sul regionale che da Parma porta a Milano, il tempo ha un ritmo diverso. Non è quello brillante e veloce della città, ma un tempo fatto di fermate brevi, di sguardi che si incrociano senza parlare, di vite che scorrono tra un binario e l’altro. A Lodi, quando il treno rallenta e le porte si aprono, lo vediamo subito.

Dario Boemia è seduto con il computer aperto, lo zaino vicino ai piedi, una postura raccolta. Quel vagone – con i sedili consumati e il brusio di sottofondo – sembra diventare il suo studio provvisorio. Due volte alla settimana attraversa questa tratta: da Milano verso Parma, dove tiene lezione. Un pendolare al contrario, che esce dalla città invece di entrarci.

La prima impressione è quella di un ragazzo calmo, quasi timido. Parla piano, sistema spesso gli occhiali che gli scendono sul naso. Intanto le dita scorrono sulla tastiera, accompagnate dal rumore regolare del treno sui binari, come un sottofondo costante di pensiero.

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Spostare un po’ il fuoco dei ragionamenti

Quando gli chiediamo cosa significhi per lui fare ricerca, sorride come se la domanda fosse enorme. Poi dice, con una semplicità che sembra venire da molto lontano: «Per me essere un ricercatore è cercare sempre di spostare un po’ il fuoco dei nostri ragionamenti, leggere quello che sappiamo alla luce di informazioni che magari sono rimaste sottotraccia.» È un modo di stare nel mondo: non aggiungere semplicemente nuove cose, ma rimettere in dialogo ciò che esiste già.

Dario lavora tra Milano e Parma. Passa le giornate tra l’università e le lezioni, tra la scrittura e i treni. Alla IULM è assegnista di ricerca, al Boston College Study Abroad di Parma insegna Graphic Journalism. Ma la cosa che colpisce, mentre lo ascolti, è che il suo campo di studio sembra sempre un ponte: tra testo e immagine, tra giornalismo e fumetto.

Scendiamo a Borgo Lombardo. È un pomeriggio d’autunno, la luce è bassa e Milano sembra più morbida, meno dura. Dario cammina con lo zainetto e un cappello tirato giù, come se volesse passare inosservato. Andiamo in un bar per un bicchiere. Lì, tra il rumore delle tazzine e le persone che parlano, inizia a raccontarsi. Il suo lavoro non è facile da spiegare, anche perché non ha confini netti. «È molto difficile da capire… perché non ho orari. Ho poche cose fisse durante la settimana e paradossalmente però lavoro sette giorni su sette.» Poi prova a semplificare.

«La parte di insegnamento è più chiara. La parte di ricerca e scrittura… dico che studio delle cose che non sono ancora state studiate.» Lo dice quasi con cautela. Studiare ciò che ancora non ha avuto spazio. «Magari sono passate sotto traccia perché non è stato riconosciuto il loro valore.»

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Tra testo e immagine, un ponte

La sua ricerca nasce proprio da questo: dal recupero di forme dimenticate, di incroci strani tra linguaggi. Come quello tra giornalismo e fumetto. «C’è una bellissima frase di Tito Faraci che dice che il fumetto nasce nei giornali.» E in effetti, spiega, fumetto e giornalismo condividono la frammentazione, la serialità. Il fumetto nasce sul giornale, poi se ne allontana e ritorna, trasformandosi in reportage, in racconto della realtà. Non è oggettività, è un punto di vista dichiarato.

«Il fumetto è inerentemente interpretativo e soggettivo… ma questo non vuol dire che non sappia fare informazione.» Anzi, forse è proprio lì che diventa più chiaro: quando qualcuno si mette in mezzo tra noi e il mondo. «Diventa il filtro tra il mondo di casa e il mondo che sta visitando.»

Il giorno dopo passiamo da casa sua. Dalla terrazza si vede tutta Milano: un orizzonte di tetti e grattacieli. Dentro, gli scaffali raccontano chi è Dario: fumetti accanto ai libri universitari, saggi sui periodici, romanzi. Tra le cose appoggiate qua e là, ci sono anche fogli con schizzi, disegni fatti per sé. Scopriamo che gli piace disegnare, ogni tanto, come una forma di pausa o forse di continuità con ciò che studia. Non lo dice in giro, resta una cosa sua, discreta, come molti dei suoi gesti.

Prendiamo la metro e andiamo verso la IULM. Il campus è uno di quei luoghi che sembrano sempre in movimento, ma nel suo studio l’atmosfera cambia: è più raccolta, più quotidiana. Ci sono pile di riviste illustrate, appunti sparsi, libri aperti a metà. È qui che Dario ricostruisce i suoi percorsi di ricerca, inseguendo quel punto preciso in cui testo e immagine si toccano.

Sulla scrivania ci sono pagine segnate, riferimenti, titoli che raccontano: i periodici del Novecento, la critica letteraria che incontra il grande pubblico, il fumetto che entra nel giornalismo. In uno dei suoi lavori più recenti, per esempio, ha analizzato il ruolo della recensione letteraria sui principali quotidiani italiani degli anni del Boom. Esplorando in che modo giornalisti e critici hanno raccontato la letteratura al pubblico di lettori allargato dalla scolarizzazione. È come se, tra queste carte, le storie continuassero a muoversi. Poi riprendiamo la metro, e arriviamo alla Biblioteca Sormani.

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Progettare a lungo termine con contratti brevi

La Sormani ha un’aria diversa dal resto della città: appena entri il rumore di Milano resta fuori, come se qualcuno avesse chiuso una porta invisibile. Ci sono sale alte, luci morbide, tavoli lunghi dove le persone lavorano in silenzio, ognuna nel proprio tempo.

Dario qui si muove con familiarità, come se fosse uno dei suoi luoghi più naturali. Tra scaffali di periodici e giornali, tra volumi consumati e microfilm che conservano riviste di un secolo fa, sembra che il passato non sia lontano: è solo archiviato, in attesa di essere riaperto.

Lo guardiamo mentre si siede davanti al lettore di microfilm. Inserisce con attenzione la bobina, abbassa il vetro, fa scorrere lentamente la pellicola con una manopola. Le immagini appaiono sullo schermo come fantasmi: pagine antiche, titoli, fotografie sgranate.

È un gesto paziente, quasi rituale, come se stesse riportando alla luce qualcosa che era rimasto nascosto. Dentro la Sormani la ricerca ha proprio questo suono: un lavoro artigianale fatto di tracce e di sottotraccia.

Passeggiamo per Milano in una bella giornata autunnale, con il sole che illumina i tram che scorrono lenti e i grandi palazzi storici della città. Dario racconta anche della bicicletta, della libertà del viaggio. «Ti dà quella possibilità di fare delle strade che non sono le strade standard.»

Quando gli chiediamo come si vede tra dieci anni, la voce si fa più incerta. «Mi piacerebbe avere una stabilità più radicata… sapere cosa farò dopo l’ultimo giorno di agosto con sicurezza.»

La precarietà nella ricerca è anche questo: progettare a lungo termine con contratti brevi. «Abbiamo per forza di cose una progettualità lunga che si scontra però con contratti.» Gli chiediamo se si è mai detto: chi me l’ha fatta fare. Sorride, sincero. «Sì, ci sono momenti di sconforto.» E come si supera? «Mia moglie mi aiuta tantissimo. È sempre più lucida di me.»

Poi, quasi senza accorgercene, siamo di nuovo vicini a una stazione. Milano resta alle spalle, con i suoi tram e le sue facciate illuminate, e davanti c’è ancora quella tratta familiare, quel tempo sospeso tra una città e l’altra.

Dario si rimette lo zaino in spalla, sistema gli occhiali con un gesto automatico e riapre il computer. Per lui il viaggio non è una parentesi: è parte del lavoro, parte del pensiero. Studiare, in fondo, è questo. «È creare connessioni dove prima c’erano solo frammenti»

Un vagone, un tavolino, qualche pagina sullo schermo. E la ricerca continua, in movimento.

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