Francesco Grassi

Già vincitore di una fellowship Marie-Curie, è attualmente Dirigente Farmacista presso il Laboratorio RAMSES dell’Istituto Ortopedico Rizzoli (IOR) di Bologna. Esperto in fisiopatologia del metabolismo osseo, la sua ricerca si concentra sui meccanismi biologici del turnover osseo e cartilagineo e sulla medicina rigenerativa. È titolare di brevetti per nuove molecole ibride destinate al trattamento dell’osteoporosi e alla rigenerazione tissutale.

Giacomo Grassi

Funzionario scientifico della Commissione Europea presso il Joint Research Centre (JRC) di Ispra. Esperto di foreste e cambiamenti climatici, è membro del Task Force Bureau dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e revisore di inventari di gas serra per le Nazioni Unite. È incluso nella “World’s Top 2% Scientists” che identifica i ricercatori con il maggiore impatto scientifico a livello globale.

iconmonstr-quote-5-240 A volte una famiglia non nasce in una casa: nasce in un luogo che si costruisce insieme, lentamente, e che continua a tenerti unito anche quando le vite prendono strade diverse. iconmonstr-quote-7-240

Ci sono tanti modi di chiamare casa. Ci sono tanti modi di sentirsi famiglia. Ci sono tanti modi per ritrovarsi, per continuare a essere insieme anche quando la vita ti porta lontano, anche quando i luoghi cambiano, anche quando le persone si dividono in geografie diverse. A volte una casa comincia da un suono. Si scende per la prima volta nel bosco di Daone, ci sono sterpi, rami che entrano nel tetto, grandi sassi, silenzio. È un rudere, ai piedi della montagna. «Era proprio un rudere», ricorda Gigliola. Ma poi, tra le sterpaglie, sente qualcosa, un fruscio. È il fruscio del fiume. E quello, dice, “«è stato folgorante».

È strano come certe decisioni nascano così: non da un progetto, ma da un rumore leggero che ti resta addosso. La storia di Francesco e Giacomo Grassi racconta questo.

Nascono a Perugia, in una famiglia in cui la ricerca non è un’eccezione, ma un’atmosfera. La madre, Gigliola, è docente di neurobiologia all’università. Il padre, Vittorio, è medico e docente universitario. La curiosità è una lingua domestica, qualcosa che si respira. «Fin da piccoli», sottolinea Giacomo, «il mondo della biologia faceva un po’ parte dell’aria familiare».

È un’infanzia fatta di domande, di stupore, di quella sensazione rara che lo studio non sia solo fatica, ma anche meraviglia e stupore. Poi arriva il momento in cui tutto si sposta. La famiglia cambia città. Francesco e Giacomo sono in età universitaria: vanno a Bologna. La madre, il padre e la sorella si trasferiscono a Brescia.

È l’inizio di una nuova vita, ma anche una frattura silenziosa. Non c’è dramma, ma c’è la distanza. Le vite che iniziano a correre su binari diversi. I figli da una parte, i genitori dall’altra. La sensazione di essere insieme e separati allo stesso tempo. Ed è lì che nasce qualcosa. Non un progetto. Non un piano. Una missione. Gigliola lo dice quasi con insistenza, come se volesse togliere a quella storia qualsiasi retorica: «Non è stato un progetto… non è che ho detto: ho trovato la casa della montagna.» È venuto così.

«Un cammino spontaneo, molto basico, fatto di cose della vita di tutti i giorni.» Una cosa che sembrava un gioco, uno scherzo. E invece, man mano, prende forma.

Qualcuno le parla di una piccola casa abbandonata, giù, nel bosco, a Daone. Un vecchio luogo per pastori, quasi un buco nella montagna. Scende. Torna su e lo dice ai figli, Francesco, Giacomo e Giulia. Nella sua mente c’era un bisogno quasi fisico: cercare qualcosa anche per loro, per i ragazzi. Un posto dove convergere, un luogo che potesse appartenere al futuro, alle generazioni che ancora non c’erano.

«Ho visto in questo rudere qualcosa», racconta, «anche se sembrava irraggiungibile, una cosa assurda.» Convince anche il marito, uomo di mare, toscano, lontano dalla montagna. «Per lui era un grossissimo salto», dice. «Era una persona di mare.» Per Vittorio non esisteva alcun interesse, alcun hobby, al di fuori della sua passione come medico.

Eppure, man mano, anche lui si innamora. «Tutto il fuori è tutto suo», sorride Gigliola. «È stato architetto e boscaiolo. Ha comprato un decespugliatore e una falciatrice e ha modellato il prato e il bosco in tutti i modi. Ci ha messo l’anima». Chiunque arrivava veniva arruolato, senza battere ciglio: dal trasporto di tronchi e sassi, durissimo, al dare l’impregnante. Poi la casa, il dentro. Il falegname mitico, le travi recuperate da una chiesa vicina, le porte originali, le scale improvvisate. Il camino messo insieme con le pietre prese dal fiume e le travi avanzate dal tetto. Tutto nasce così, «lì per lì». E lei continua a ripeterlo: «È stato come giocare al Lego. Metti un mattoncino e man mano viene fuori una forma.»

Un luogo dove convergere

Francesco e Giacomo arrivano dentro questa costruzione come figli, ma anche come ragazzi. La casa diventa presto qualcosa di più di un rifugio: diventa un collante. «Da subito si è rivelata un punto in cui potevano convergere loro», dice la madre, «che insomma mi si erano un po’ persi.»

E loro convergono portando con sé un esercito di amici. Quelli di Perugia, città lasciata alle spalle. Quelli nuovi di Bologna. Le future mogli. Le comunità che si mescolano. Giacomo lo racconta con lucidità: «È stato un luogo che ha cementato fin da subito il nostro presente e il nostro passato. Vecchi amici di Perugia con i nuovi di Bologna. Un posto che esprimeva la nostra identità"».

Un giorno di lavoro e un giorno di bagni nel fiume. Camminate. Sassi. Tronchi. La fatica condivisa come linguaggio di amicizia. E poi c’è quel Capodanno clandestino che ormai è leggenda. La versione ufficiale comunicata ai genitori era venti persone. «In realtà eravamo in cinquantotto.»

La madre ricorda vagamente un cartellone con la distribuzione dei compiti, un traffico sospetto nella valle. È uno di quei momenti in cui la casa smette di essere un esperimento familiare e diventa comunità.

Per anni si vive senza niente. Poi arriva un giorno in cui la caldaia viene portata da un elicottero. E quello, simbolicamente, è un passaggio: la casa diventa anche conforto.

E da lì, Daone cambia ancora. Non è più soltanto il luogo costruito dai figli per tornare dai genitori. Diventa il luogo dove, lentamente, arrivano anche altre vite.

Arrivano le mogli Lara e Maria Chiara, così diverse tra loro, eppure subito centrali, come se quella casa le avesse aspettate. Arrivano i bambini, uno dopo l’altro. Francesco ne ha quattro. Giacomo anche.

A Ferragosto, la mattina, ci sono le voci dei ragazzi che rimbalzano tra le stanze, le porte che sbattono, le madri che chiamano, qualcuno che cerca un costume, qualcuno che ha già i piedi scalzi. La montagna fuori è immobile, ma dentro è pieno di vita. La sera, la tavolata si allunga sempre un po’ di più. I figli adolescenti, quelli piccoli, quelli che ormai sono quasi uomini e donne. Le mogli accanto, che tengono insieme la trama invisibile delle giornate: la spesa, le camminate, i pasti, la stanchezza, le risate. E poi ci sono loro: i cugini. Crescono insieme come fratelli, anche se durante l’anno vivono lontani. Si vedono nelle ricorrenze, nei ritorni, nei riti di Daone. Ma basta pochissimo, ogni volta, perché la distanza scompaia.

È come se quella casa custodisse una continuità che la quotidianità non permette: un’infanzia condivisa, una complicità naturale, un modo di appartenersi senza bisogno di spiegazioni. Daone è il posto in cui non devono ricominciare da capo. È il posto in cui sono già insieme.

E poi c’è il rito. I tuffi nella cascata dietro casa, il loro Paradise. Le camminate in montagna: prima moglie e marito, poi tutti insieme, poi i figli che superano i genitori sul sentiero. Daone, senza che nessuno se ne accorga davvero, diventa anche loro. Non è più soltanto il posto dove si torna. È il posto dove si cresce.

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Crescere insieme

E con i fratelli cresce anche Giulia. I primi passi difficili. È da allora che Gigliola ha preso la strada delle neuroscienze. L’accenna con naturalezza: “quello studio, quella ricerca, al di là del lavoro, sono stati per me di grande aiuto nell’entrare dentro, capire e affrontare quelle difficoltà”. E con il passare degli anni, le fragilità di Giulia si trasformano anche in leggerezza. Perfino le pieghe più difficili assumono una luce speciale. A momenti regala perle improvvise di empatia e di ironia che, come onde, si propagano dalla madre, ai fratelli, ai nipoti, agli amici. Giulia diventa una giocoliera delle parole, capace di un’ironia che spiazza e consola insieme. Nei suoi scritti le persone hanno nomi che non ti aspetti. Qualcuno che la fa sentire a suo agio, diventa «una persona antiscivolo». Con una naturalezza disarmante, descrive il suo stato d’animo con un «mi sento scarabocchiata». E poi c’è la musica. Giulia ha l’orecchio assoluto e il suo pianoforte ha appagato tutte le richieste musicali della casa, dai Pink Floyd a Beethoven. Momenti anche questi di collante per tutta la famiglia. Nei suoi scritti c’è anche Daone: “abbiamo esplorato a lungo i monti intorno che erano gradevoli. Nell’ora del ritorno, si provava una gioia immensa: solo i caprioli erano tristi, perché sapevano della nostra partenza”. Daone resta lì, sullo sfondo, con il suo palcoscenico che si apre in estate e a Natale per ricomporre la famiglia e non solo. Daone accoglie tutti. E per un momento tutti dimenticano le fatiche e credono alle favole.

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Due ricerche, una responsabilità

E i due fratelli, ciascuno a modo suo, portano quel senso di cura e di responsabilità dentro strade diverse, lontane, eppure legate.

Giacomo oggi lavora al Joint Research Centre della Commissione Europea, a Ispra. Si occupa di foreste e cambiamenti climatici, all’interfaccia fra scienza e politica. Quando parla del suo lavoro, sembra misurare le parole come chi sa che ogni frase deve reggere il peso del mondo. «La scienza è sufficientemente robusta per dire: c’è un pericolo, occorre agire quanto più rapidamente possibile.»

Gli piace la scienza applicata, quella che dà l’impressione di avere una ricaduta concreta sulla vita dei cittadini. Per lui, comunicare la sfida climatica e le possibili soluzioni è diventato un'urgenza. Francesco invece è al Rizzoli di Bologna, dentro la ricerca biomedica. Si occupa di metabolismo osseo, rigenerazione, pazienti. «Diventi un ricercatore quando senti una curiosità e una voglia di indagare cose che non sono ancora note.» Negli ultimi anni incontra spesso i pazienti, ci parla, cerca di spiegare il senso di ciò che fanno. «Toccare con mano le persone sulle quali la tua ricerca avrà un impatto è un pungolo. Ti ricorda che quello che fai deve essere reale.»

Negli anni recenti le loro strade scientifiche li hanno portati su palcoscenici internazionali molto diversi, ma sorprendentemente convergenti sul tema della cura — del pianeta e del corpo.

Giacomo, al Joint Research Centre, lo incontriamo appena tornato da un momento cruciale: la COP30 a Belém, in Brasile. Non è solo un viaggio di lavoro. È una di quelle settimane in cui ti rendi conto che la scienza non resta chiusa nei report, ma entra nelle stanze dove si decide il futuro. Belém è Amazzonia, caldo denso, fiume enorme, e delegazioni da tutto il mondo che parlano di foreste come se fossero numeri. Ma per Giacomo le foreste non sono numeri. Sono respiri. «Quando parliamo di clima», dice, «non parliamo di un concetto astratto. Parliamo di ciò che rende possibile la vita quotidiana.» Per lui, che è anche membro della task force del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), non è una conferenza di circostanza. È il punto esatto in cui i dati diventano responsabilità. «La scienza è chiara», ripete. «Ne sappiamo abbastanza per agire. L’abuso dell’incertezza come argomento per l’inazione è fuori luogo.» A volte sembra quasi che il suo lavoro sia quello di tradurre. Tradurre il linguaggio delle foreste in parole che possano essere ascoltate dai governi. Tradurre la fragilità degli ecosistemi in urgenza politica. Le foreste, spiega, assorbono quasi un terzo delle emissioni umane. Ma non sono una soluzione magica. Sono un alleato fragile. E la cosa che lo colpisce, tornando da incontri come la COP, è sempre la stessa: quanto sia difficile varcare il confine tra sapere e fare. Tra capire e cambiare davvero.

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Francesco, dall’altra parte, nel laboratorio e nei corridoi dell’IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli a Bologna, lavora su un’altra frontiera della cura: capire come le ossa si costruiscono, si mantengono e si rigenerano. Lo incontriamo in un luogo completamente diverso: non sale conferenze e bandiere, ma camici, corridoi, silenzi ospedalieri.

Studia i meccanismi biologici del turnover osseo, la fragilità scheletrica, le molecole che potrebbero un giorno rallentare l’osteoporosi o aiutare una frattura a guarire meglio. Ma la parte che più lo ha cambiato, racconta, è l’incontro con le persone. «Toccare con mano le persone sulle quali la tua ricerca avrà un impatto», dice, «è uno stimolo. Ti ricorda che quello che fai deve essere reale.»

Non è più solo una questione di cellule o di modelli. È una questione di volti. Di attese. Di corpi che sperano. E lì, in quell’attraversamento continuo tra laboratorio e sala d’attesa, la ricerca diventa qualcosa di profondamente umano. Perché un osso non è solo un tessuto: è autonomia, è futuro, è la possibilità di camminare ancora.

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Per entrambi, Giacomo e Francesco, questi percorsi non sono paralleli ma complementari: uno studia il respiro del pianeta, l’altro quello del corpo. E in fondo, senza dirlo mai apertamente, fanno la stessa cosa: provano a rendere il futuro un posto abitabile. Uno lo fa guardando l’Amazzonia e i grafici dell’IPCC. L’altro lo fa ascoltando un paziente che chiede, semplicemente, quanto tempo ci vorrà per tornare a stare in piedi. E soprattutto, come un filo che tiene insieme, resta la madre. Non solo come madre, ma come origine.

«Credo sia servito vedere che sia papà che mamma erano contenti di quello che facevamo», dicono. La gioia nel lavoro come seme invisibile. Oggi Daone è sempre lì. Il 25 dicembre. Il 15 agosto. La grande tavolata la sera, la luce estiva che entra dalla vetrata del salone.

Ci sono anche figure che non sono sangue ma sono famiglia: Michele, amico di sempre, zio per tutti i ragazzi, consigliere per Gigliola. E c’è anche un’altra presenza, silenziosa, definitiva. Perché a un certo punto Daone non è stato più soltanto un luogo dove tornare. È diventato un luogo dove restare. Il padre, l’uomo di mare che all’inizio aveva guardato quella montagna come un salto troppo grande, oggi riposa qui. È sepolto nel piccolo cimitero di Daone. Come se, alla fine, quella valle fosse diventata davvero la sua casa. Non è un dettaglio triste. Dice che quel posto costruito pietra dopo pietra non era solo un rifugio per le estati o per le feste. È appartenenza. È radice. È destino. E forse è questo che significa missione. Non costruire una casa. Ma costruire un luogo dove tornare. Gigliola lo dice con una semplicità che è quasi una resa: «È una rete che raccoglie tutto.» Ci sono tanti modi di chiamare casa. Ma per Francesco e Giacomo Grassi, casa è questo: un posto nato da un rudere e diventato una famiglia che continua. Un luogo del cuore e della testa.

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