Gemma Teresa Colesanti

Prima ricercatrice presso l'ISPC-CNR di Napoli e membro del collegio docenti del Dottorato Nazionale in Heritage Science dell’Università la Sapienza di Roma. Storica del Medioevo, i suoi interessi spaziano dalla storia economica e sociale del Mediterraneo al ruolo delle donne nell’economia del Mezzogiorno medievale.

iconmonstr-quote-5-240 Le donne c’erano, solo che non erano state raccontate. Raccontare queste storie è anche un atto politico iconmonstr-quote-7-240

Dalla sua casa sotto il Museo di Capodimonte, Napoli non si lascia mai guardare tutta insieme. È un corpo stratificato, mai del tutto leggibile. Gemma Colesanti la osserva dall’alto come farebbe con un archivio: sapendo che ogni dettaglio conta, che anche ciò che sembra marginale racconta qualcosa. Dice che ha capito presto che non avrebbe potuto vivere in una città senza storia, perché Napoli ti obbliga a guardare. «Cammini», dice, «e ogni giorno scopri qualcosa che non avevi mai visto: una lapide, una finestra murata, una stratificazione che parla».

Per conoscerla davvero bisogna muoversi. Così saliamo in macchina, in cinque, tra telecamere e macchine fotografiche, un po’ disordinati, un po’ rumorosi, come le suore della famosa pubblicità di un’auto. Napoli entra dai finestrini, si infila nelle frasi. Gemma guida e racconta. Dice che questa è una città in continuo fermento culturale, che ogni sera c’è qualcosa che non è il grande evento, ma uno spazio di confronto. «Qui non sei mai solo», dice, «se vuoi parlare, se vuoi capire, se vuoi discutere davvero».

C’è stato però un momento, molto prima di tutto questo, in cui la direzione non era affatto chiara. Gemma parte da Benevento con una cugina, entrambe diciottenni, direzione Napoli. Lei è convinta di voler fare Geologia, la cugina invece Lettere. Arrivano insieme, respirano la città, entrano all’università. Poi succede qualcosa che sembra minimo e invece cambia tutto: Gemma si iscrive a Lettere, la cugina a Geologia. Uno scambio secco, naturale. Napoli fa spesso così: ti sposta di pochi gradi e ti cambia la traiettoria. «Io non l’avevo programmato ma poi ho capito che era esattamente quello che dovevo fare».

FOTO-1-5

Napoli ti cambia la traiettoria

Da lì arrivano l’archeologia, gli scavi in Calabria, a Benevento, a Ventotene, i bagni in mare durante la pausa pranzo. Arriva anche la consapevolezza che negli anni Novanta fare l’archeologa era difficile: pagamenti in ritardo e poco spazio per studiare quello che si scavava. «Se tornassi indietro rifarei la storica perché questo lavoro mi rende felice». Nel mezzo ci sono stati piani B, lavori precari, e Barcellona subito dopo le Olimpiadi, con il suo fermento culturale, il teatro con i migranti, le mostre, i convegni. Tutto entra nel percorso, niente viene cancellato.

La prima tappa del nostro giro è lo Scugnizzo Liberato. Un ex carcere minorile, prima ancora convento, restituito alla città nel 2015. Qui il mutuo soccorso è pratica quotidiana. Gemma lo attraversa come se fosse una naturale estensione del suo lavoro. Dice che l’attivismo non è un’aggiunta, ma una responsabilità. «Penso che la vita di ogni persona dovrebbe prevedere un tempo per l’attivismo», perché nessuno ti regala niente. Ci spiega che la libertà riguarda la ricerca, il voto, la possibilità di scegliere chi ti rappresenta, e che se la società civile smette di farsi sentire, qualcun altro decide al suo posto. «È qui che vedi la politica vera, quella che parte dai bisogni e non dal linguaggio dei palazzi».

Dentro lo Scugnizzo Liberato c’è anche un teatro realizzato da Eduardo De Filippo. Non è un dettaglio. Eduardo torna ogni volta che si parla di dignità e di umanità. «Ha da passà ’a nuttata», faceva dire a un suo personaggio, e quella frase sembra restare sospesa qui, tra queste mura, come una promessa fragile ma necessaria. Per Gemma la cultura serve anche a questo: a tenere accesa una luce quando tutto intorno si spegne.

All’Archivio di Stato di Napoli il tempo cambia ritmo. Gemma sfoglia documenti antichi con una concentrazione assoluta. Racconta che il suo lavoro nasce sempre da una domanda. «Chi fa storia deve avere la capacità di farsi delle domande rispetto al passato e al presente».

FOTO-2-5

Il tempo lungo degli archivi

Capire la complessità di quello che è stato serve a non semplificare quello che viviamo oggi. E per questo, aggiunge, serve pazienza, perché la ricerca storica passa dagli archivi, dall’attesa, dai mesi in cui non trovi quello che cerchi. È un lavoro lento, ma è proprio quel tempo che ti impedisce di accontentarti di risposte facili.

È così che nel 1993 trova un libro di contabilità intestato a una donna. Non c’era internet, e il suo professore era convinto che avesse sbagliato a leggere. «Era impensabile che una donna fosse un’operatrice economica». Dimostrare il contrario è stato un passaggio decisivo. Da quel libro nasce una storia più grande: una mercantessa del Quattrocento, le lettere con la sorella, le doppie copie spedite su navi diverse per paura del mare, la peste che interrompe i traffici e il cambio delle monete. «Le donne c’erano, solo che non erano state raccontate».

FOTO-3-5

Riscrivere le assenze

Non parla di rabbia, ma di spazio. «Quando mi sono formata, nei libri di storia le donne non c’erano». È stato il femminismo, insieme alla formazione a Barcellona, ad aprirle uno sguardo diverso. Oggi internet e l’open access hanno cambiato molto, ma smontare gli stereotipi resta difficile. Pensa alle regine napoletane, ancora raccontate come «le mogli di», quando invece erano regnanti, figure politiche autonome. «Raccontare queste storie è anche un atto politico».

Gemma lo dice dal suo lavoro quotidiano di ricercatrice del Consiglio Nazionale delle Ricerche, all’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale. Non come una firma, ma come una responsabilità. Racconta che lavorare in un ente multidisciplinare cambia lo sguardo, perché non sei mai sola davanti a una fonte. «La ricerca non si fa da soli, si fa insieme». E insiste che il futuro, anche per le scienze umane, è l’interdisciplinarità. Curiosità, pazienza, tenacia: sono queste le cose che contano davvero.

Tornando verso casa, Napoli riappare sotto Capodimonte, rumorosa e imperfetta.

Gemma la guarda senza idealizzarla. Il sociale la riempie, perché «dare e ricevere dagli altri è l’unico modo sensato di vivere», e che confrontarsi con la fragilità degli altri ridimensiona tutto.

Napoli resta lì, sotto Capodimonte, con tutte le sue voci. Gemma la guarda come si guarda un archivio che non si chiude mai. Non perché dia risposte. Ma perché continua a fare domande.

Condividi sui social